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La “questione settentrionale” non ha più bisogno di essere analizzata, interpretata e riconosciuta: da anni ormai esistono intere biblioteche sui problemi del Nord...

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Primi firmatari: Aldo Bonomi, Diego Bottacin, Mercedes Bresso, Claudio Burlando, Massimo Cacciari, Sergio Chiamparino, Sergio Cofferati, Paolo Corsini, Vasco Errani, Luciano Fasano, Roberto Fasoli, Pierangelo Ferrari, Maurizio Fistarol, Federico Formisano, Guido Galperti, Paolo Giaretta, Gad Lerner, Lorenzo Guerini, Giovanni B. Magnoli, Giuliana Manica, Maurizio Martina, Alberto Martinelli, Alberto Mattioli, Roberto Montanari, Gerardo Paloschi, Antonio Panzeri, Nicola Pasini, Filippo Penati, Giovanna Pentenero, Luciano Pizzetti, Michele Salvati, Riccardo Sarfatti, Gaetano Sateriale, Sergio Soave, Gianluca Susta, Patrizia Toia, Christian Tommasini, Gianni Vernetti, Flavio Zanonato, Bruno Zvech
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 News ed Eventi


Il Partito Democratico alla prova del Nord
Intervento di Luciano Pizzetti
27 Luglio, 2007

Attribuiamo un grande rilievo all’incontro di oggi con voi. COSA NON VUOLE ESSERE. L’incontro di oggi non è un luogo per la riedizione del partito dei Sindaci. Non è un’azione rivendicativa paraleghista. Non è la declinazione dell’egoismo del Nord. Insomma non è un atto di rottura né di furbizia. COSA E’. E’ un’assunzione di responsabilità, non territoriale ma nazionale. Poiché se ciò che passa per “questione settentrionale” non verrà presa di petto, il nascente Partito Democratico vedrà negato uno dei suoi presupposti basilari: essere un soggetto politico a vocazione maggioritaria. E’ una offerta di opportunità politiche-culturali-programmatiche per una più cogente definizione del MANIFESTO fondativo del partito nuovo. E’ un contributo alla riforma del sistema politico partendo dalla strutturazione di uno degli attori principali quale il PD intende essere. Il messaggio non è: andiamo per la nostra strada. Il messaggio è: percorriamo insieme una strada nuova. Ma per percorrerla occorre innanzitutto riconoscerla. Sin qui non solo non è stata riconosciuta, ma la nostra ricerca è rimasta inascoltata e priva di interlocuzione politica e, insisto, culturale. Certo il governo si sta impegnando sul Nord – infrastrutture, federalismo fiscale – ma in un contesto complicato date le divisioni in proposito nella maggioranza. Divisioni sostanziali e di valutazione strategica sulle opportunità e sulle priorità, che occultano il messaggio a questa parte del paese. Così come la precedente finanziaria nella ridefinizione delle aliquote fiscali non ha saputo affrontare né i bisogni né i meriti. Del resto la questione settentrionale non è la sola somma di inefficienze e insufficienze. Al fondo il tema è che la politica, le istituzioni non accompagnano il dinamismo della società. E il Centrosinistra è visto, storicamente, come chi più di altri rappresenta un elemento frenante perché in simbiosi col moloch statale, anziché con le innovazioni positive della società. Il passaggio dal Fordismo al post Fordismo, dalla società macro alla società molecolare, ha prodotto mutamenti sociali rilevantissimi, che con fatica abbiamo riconosciuti e in alcun modo interpretati. Tanto meno rappresentati. Fermi all’idea delle alleanze sociali anziché della rappresentanza sociale. Ma il tramonto della grande fabbrica ha portato con se la fine dei cosiddetti blocchi sociali e dunque una pervasiva trasversalità, ben oltre le appartenenze nel mercato del lavoro. Questa è la grande rivoluzione del nord. Ma noi per lungo tempo ancora siamo stati prigionieri della contrapposizione tra mercato e lavoro, finendo col non rappresentare né l’uno né l’altro. Che nel frattempo insieme rivendicavano: diritto alla mobilità, una pubblica amministrazione che considerasse il fattore tempo come premessa di efficienza ed efficacia, più sicurezza (purtroppo non sempre coniugata a più legalità) connessa al tema dell’immigrazione. Insomma, diritti di cittadinanza. Spesso ci siamo mossi in passato con logiche dissociate. Mobilità? Ok, ma solo ferroviaria, magari non TAV, trasporto pubblico e riqualificazione delle strade esistenti. Il resto era solo devastazione ambientale e territoriale. Immigrazione? Ok, ma soprattutto solidarietà, come se il tema della insicurezza che l’immigrazione induce non fosse un problema soprattutto per chi ha di meno anziché per il ricco. Spesso solidarietà e legalità sono state scisse, anziché essere la seconda la premessa affinché la prima si affermasse. Così per gli italiani la sicurezza è diventata di destra. Fiscalità? Ok, ma è evidente che occorre finanziare questo vecchio welfare state, cosicché si continua ad affermare un’idea di pubblico che contrasta con l’evoluzione e della società e della finanza pubblica. Non è giunto forse il momento di considerare pubblico più che il soggetto erogatore, i servizi che vengono erogati? Magari immaginando che ha valenza pubblica ciò che genera diritti sociali, di cittadinanza? Facendo si che un nuovo welfare non richieda nuove o minori risorse ma generi più efficacia, più coperture sociali. Federalismo? Ok, purchè sia solidale, cioè sempre la necessità di aggettivare. Per attutire. Anziché immaginarlo, in alternativa al cane morto della devolution, come strumento di riforma dello stato, della spesa, del rinnovamento delle classi dirigenti, della promozione di cittadinanza attiva e di responsabilità dei governanti. Politica dei redditi? Ok, ma cercando di contenere il più possibile le contrattazioni territoriali e decentrate anziché realizzarle come supporto all’equità. Flessibilità? Ok, ma vista solo dal lato della precarietà del lavoro e non anche come opportunità per liberare risorse umane dalla filiera più tradizionale, per realizzare apporti delle persone al processo produttivo e nelle relazioni sociali. Tempo? Ok, ma la Pubblica Amministrazione deve autorizzare tutto a monte anziché controllare efficacemente e sanzionare a valle. Consentendo così alle imprese di crescere nella responsabilità, eliminando un costo rilevante che indebolisce la competitività; e a famiglie e cittadini un rapporto più sereno con le istituzioni. Ecco, ci siamo costretti ad essere minoranza culturale prima ancora che politica. E’ tempo di aggiornare il nostro vocabolario senza fare sconti alla destra e non regalandole i pensieri dell’innovazione. Spesso noi giudichiamo di destra, o qualunquista, o egoista una domanda che sale dalla società, che invece è solo richiesta di riforme per migliorare relazioni e condizioni di vita. Attenzione perché si rischia che nella parte più avanzata del nord e del Paese si passi davvero dall’antistatalismo al ripudio del riformismo. Se, paradossalmente, il riformismo si allontana dalle riforme. Ci sono tanti nord con tante caratteristiche diverse non riconducibili ad un’entità macroconfederale. C’è un tratto che rischia di accomunarli: essere i cittadini consapevoli che si riceve molto meno di quel che si produce. Non in danaro ma in tempo, efficienza, qualità, servizi. Alla lunga la corda si spezza, soprattutto se è corrosa dall’antipolitica che cresce come sfiducia e inaffidabilità istituzionale. La crisi di oggi è più grave di quella a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Sotto questa lente va posto il nord, come necessità di accompagnare e governare la modernizzazione. La questione settentrionale è questione nazionale per tre ragioni: • perché i mutamenti e le contraddizioni da qui si estendono al resto del paese; • perché se rallenta il nord nella sua possibilità di innovare e competere rallenta il paese e il mezzogiorno rimarrà un nodo irrisolto che indebolisce l’Italia; • perché noi, centrosinistra, non saremo mai maggioranza politica in Italia se non sapremo insediarci in un nord non più terra di frontiera. La domanda è: il PD si muoverà con queste coordinate? Noi lavoreremo perché così sia. Questo è l’impegno che chiediamo venga assunto oggi. Per questo abbiamo promosso il MANIFESTO che oggi vi presentiamo. Non un testo generalista ma chiaro, essenziale, impegnativo come dovrebbe esserlo sempre la buona politica. E’ importante questo incontro non per le parole dette oggi ma per i fatti che sapremo generare domani. Il decalogo delineato oggi da Veltroni sulla riforma del sistema politico rappresenta davvero un buon inizio. Le politiche hanno bisogno di strumenti sintonici. Il senso delle cose dette richiede un soggetto che le sappia rappresentare e tradurre in azione politica e di governo. Un partito federale su base regionale che si riconosce in un progetto e in un’organizzazione nazionali, ma anche nelle autonomie regionali. I punti 1, 2, 3, 4 del MANIFESTO sono essenziali e irrinunciabili per la valorizzazione dell’autonomia: 1. nella forma organizzativa, che significa struttura federale del partito, fondata sull’autonomia statutaria, finanziaria e sulla rappresentanza effettiva dei territori; 2. nella definizione delle alleanze politiche, che equivale alla possibilità di costruire coalizioni corrispondenti alle esigenze delle politiche territoriali; 3. nella formulazione delle politiche pubbliche, che significa individuazione di soluzioni più rispondenti ai bisogni e agli interessi dei territori; 4. nella decisione sulle rappresentanze, che significa la scelta locale di candidati a tutti i livelli elettivi e non. Si è discusso molto e in modo improprio del tema delle alleanze. La questione non è se siano variabili ma se sono corrispondenti ad un progetto comune nei differenti contesti regionali. Occorre partire da ciò che vogliamo essere e fare per decidere con chi procedere. Dotarci di un progetto nitido e comunicabile. Su questa base occorre ricercare le eventuali sintesi coalizionali. Questo è il tema non quello di scambiare Rifondazione con Lega. Né quello di allargare l’Unione. Il tema è il Partito Democratico a vocazione maggioritaria. Che decide le alleanze anziché esserne prigioniero. Un partito di cittadinanza, consapevole che i partiti non esauriscono la politica, la quale è cosa più grande. Un partito aperto in una società aperta. Un partito popolare e ben strutturato, leggero nell’organizzazione non nell’azione politica. Questo è il partito che vogliamo, che vi chiediamo di volere, di impegnarvi a volere per riemergere dall’”Abisso del nord” come lo ha definito Ilvo Diamanti. Molti si appellano al coraggio ma il coraggio non serve, occorrono consapevolezza, responsabilità, convinzione, determinazione. Luciano Pizzetti 

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